Come nasce il suo percorso in FIAIP?
Nasce da un’esigenza che abbiamo sentito lavorando nella nostra prima agenzia immobiliare: non volevamo restare soli. Quando si lavora nel settore immobiliare, soprattutto agli inizi, ci si rende conto molto presto che fare bene questo mestiere richiede molto più della semplice compravendita. Richiede aggiornamento continuo, strumenti, confronto, una rete su cui appoggiarsi nei momenti di dubbio. Avevamo bisogno di far parte di qualcosa di più grande, di un gruppo che potesse offrire formazione, supporto concreto e un senso di appartenenza a una comunità professionale seria. FIAIP è arrivata nel momento giusto e ha risposto esattamente a quel bisogno.
Dopo la nascita delle sue gemelle, ha fatto una pausa dal lavoro: cosa l’ha spinta a rimettersi in gioco e tornare nel mondo immobiliare?
Dopo la nascita delle gemelle ho vissuto un periodo di totale immersione in loro. È stato un tempo così intenso e prezioso che mi ha cambiata nel profondo, mi ha regalato una forza nuova e una visione diversa di tutto, anche del lavoro. Ero presente, completamente, in ogni momento con le mie bimbe, e quella presenza mi ha nutrita in un modo che non avevo previsto.
Ma dentro di me c’era qualcosa che continuava a muoversi. Ho sempre amato il mio lavoro, con tutto ciò che porta con sé: le persone, le storie, il trovare la casa giusta per chi la cerca da anni. E mentre le bimbe dormivano, io pianificavo. Scrivevo, progettavo, buttavo giù sogni e desideri su come avrei voluto tornare. Immaginavo un modo diverso di lavorare, più mio, più lento, più curato. Poi posavo il quaderno e tornavo a fare la mamma. Quei momenti erano il mio spazio, il mio respiro, il filo che mi teneva connessa a quella parte di me.
Sapevo che tornare mi avrebbe restituita qualcosa di importante, una parte che nel diventare mamma avevo messo da parte, ma che nel frattempo era cresciuta, aveva preso una forma nuova. Perché una mamma si arricchisce di sfaccettature che prima non immaginava: la pazienza, la capacità di gestire il caos, l’empatia, la priorità assoluta. Tutto questo è diventato parte del mio modo di lavorare.
Quali sono state le difficoltà più grandi nel conciliare il ruolo di mamma con quello di professionista, soprattutto in una fase così importante come l’apertura di una nuova agenzia?
“Sono state” vorrebbe dire che sono finite, ma sono difficoltà che sento e affronto ancora ogni giorno. Viviamo in una società in cui alla mamma si chiede, in qualche modo, di rinunciare a qualcosa: o al lavoro dei suoi sogni, o alla presenza con i figli. Oppure li fa entrambi, con il cuore diviso a metà e tanti aiuti alle spalle. Non esiste ancora una formula perfetta, e forse non esisterà mai. Si naviga, si aggiusta, si impara.
Aprire un’attività in proprio richiede tempo, concentrazione, pianificazione e una mente libera. Una mamma sa bene quanto sia raro averla davvero libera, quella mente. C’è sempre qualcosa che chiama, che tira, che ricorda. E va bene così, ma bisogna imparare a costruire intorno a quella realtà, non contro di essa.
La difficoltà più grande, oggi, è trovare la comprensione del cliente. Ho scelto orari su misura per me, ho scelto di lavorare per progetti e non per grandi numeri. Non corro dietro alle quantità, mi fermo sulla qualità. Questo approccio mi permette di stare nel lavoro senza dover fare rinunce continue, perché ogni cliente diventa un percorso, non una transazione.
Ho scelto il tempo, la calma e una progettualità lenta. Non inefficace, anzi. In un mondo in cui tutto corre velocissimo, voglio dimostrare al cliente che si può ancora costruire come una volta, quando si affidava al sole la responsabilità di asciugare la pittura e tutto rispettava i propri cicli naturali. Quella lentezza non era pigrizia, era cura. Ed è quello che voglio portare nel mio lavoro.
Il percorso in Fiaip l’ha vista crescere da socio sostenitore a socio ordinario: quanto è stato importante il supporto dell’associazione in questo suo ritorno al lavoro?
Credo profondamente che l’impegno reciproco faccia crescere entrambe le parti. Quando sono tornata, non cercavo solo un’associazione di categoria, cercavo un luogo in cui sentirmi accolta, riconosciuta, sostenuta. E l’ho trovato.
Ho trovato sostegno soprattutto nelle persone. Sapevo di poter contare, per esempio, su Cristina, che mi ha riaccolta a braccia aperte senza farmi sentire che avevo perso un passo, anzi. Le relazioni umane, per me, sono la vera struttura portante di qualsiasi percorso professionale. Puoi avere tutte le competenze del mondo, ma se sei sola, tutto pesa il doppio. Con le persone giuste accanto, anche le salite diventano percorribili.
Passare da socio sostenitore a socio ordinario non è stato solo un cambio formale, è stato un passo che ho sentito mio, una scelta consapevole di investire in questa appartenenza e in ciò che rappresenta.
Essendo maggio il mese dedicato alle mamme, che messaggio si sente di dare alle donne che, dopo una pausa per la famiglia, vorrebbero rientrare nel mondo del lavoro ma hanno timori o incertezze?
I timori e le incertezze accompagnano sempre le mamme, fa parte di chi siamo. Ci interroghiamo in continuazione, ci chiediamo se stiamo facendo abbastanza, se stiamo scegliendo bene, se il tempo che dedichiamo al lavoro è tempo sottratto ai nostri figli. Sono domande legittime, ma non devono bloccarci.
Avere un piano chiaro in mente, una direzione, anche piccola, può aiutare a sentirsi più solide. Non serve avere tutto definito in partenza. Serve sapere dove vuoi arrivare e iniziare a costruire, un passo alla volta, con la pazienza che solo le mamme sanno davvero avere.
E se alla base ci sono la passione, gli aiuti giusti e le persone che ci sostengono, si può davvero realizzare tutto. Non bisogna farlo da sole, e chiedere aiuto non è debolezza, è intelligenza.
Il mio consiglio è di smettere di guardare agli altri, a ciò che hanno, a ciò che mostrano. I social ci hanno abituate a confrontarci con vite che non conosciamo davvero, con successi che non raccontano la fatica che ci sta dietro. Bisogna guardare dentro di sé, a ciò che potrebbe farci tornare a casa la sera e pensare che oggi non abbiamo rinunciato a nulla. Abbiamo creato qualcosa. Abbiamo dato un senso alla fatica.
Il resto del mondo non deve badare a noi, e nemmeno noi a lui. Dobbiamo badare al nostro mondo interno, quello che genera gioia, quello che ci fa battere il cuore. Per tornare a casa, abbracciare i nostri figli e sapere che potranno essere fieri di noi, perché siamo gioiose.
Stanche sì. Ma gioiose.



